“Qual è il discrimine per far nascere un sospetto?!”

Questo è l’interessante quesito con cui si chiude un bel post apparso su Sonetto Bit qualche giorno fa. Lungi da me valutare la bontà della campagna pubblicitaria (anche se per il solo fatto che se ne sia parlato credo si possa tranquillamente parlare di successo!). Da psicologo, sono molto più interessato all’interrogativo “epistemologico” – passatemi il termine! – che l’autrice pone e alla reazione emotiva citata (PANIC), e che evoca alla mia memoria alcuni studi di psicologia sociale aventi come tema l’influenza delle emozioni sulla percezione di vulnerabilità.Ebbene, la domanda è difficile e non ho chiaramente la risposta. Tuttavia mi interroga e mi invita a riflettere: credo che la soluzione sia nel quesito stesso (sic!), ma non mi porrei nei confronti di esso in termini propriamente “cognitivi”, non credo cioè che si possa totalmente parlare di “difficoltà di giudizio o di attribuzione”, o mancanza di motivazione all’approfondimento.

Credo invece che si possa considerare tale problematicità più connessa ad una sensazione di disorientamento basica che nasce dall’esperienza stessa di “non sapere dove ci si trova”, e un conseguente riduzione di “mondo” e dei suoi significati, al cospetto di un nemico che può arrivare da qualsiasi parte e in qualsiasi momento (l`imprevedibilità costituisce al pari del disorientamento una variabile fondamentale). Il mondo si fa improvvisamente “piccolo” e io perdo quindi la possibilità di accedere al simbolico e di astrarre le informazioni nella “forma” originaria.Assistiamo inoltre a reazioni scomposte di fuga dal “centro” (la ragione, la verità) proprio perché, come giustamente fa notare l’autrice parlando della società di oggi (la società delle informazioni), il centro non esiste più: appare tutto potenzialmente raggiungibile ma paradossalmente sfuggente (Internet), tutto a portata di mano ma nello stesso tempo inafferrabile, schiumoso direbbe Sloterdijk. Ognuno vive nelle proprie monadi informative, e non si è più disposti ad interessarsi all’altro. Partendo da questa considerazione, immaginiamoci in uno spazio: dov’è ora la linea immaginaria che separa il buono dal cattivo, la curiosità dal sospetto, il vero dal falso? Forse qualche decina di anni fa sarebbe stato più facile rispondere…Oggi sembra tutto più difficile (post-modernismo), e la difficoltà consiste proprio nel sapere discernere. Tradotto: dove collocarsi? Dove guardare? Da che parte stare? E soprattutto: può ancora sussistere la possibilità di discriminare e scorgere il Vero se davanti a me presentifico costantemente una presenza (nemica) che copre l`orizzonte stesso (più ampio) della verità?

Il sentirsi scoperti, non più ” a casa”, con il dubbio che ci possono “invadere”, se diventa costitutivo del nostro esserci quotidiano aumenta la sensazione di allarme, la percezione di fragilità e di pericolo. Aumenta la paranoia. A quel punto vedrò solo il nemico. Del resto, se vivo nella paura il mondo non si darà costantemente alla mia coscienza in termini minacciosi e paurosi?

Paura che sarà attenuata solo in parte dalle effimere risposte fornite dalle “bufale un tanto al kilo”, che proprio per loro natura vengono percepite inizialmente come riduttori di complessitàquindi di lontananza: chi “si ritrova in esse” si sente complice, protetto, e vicino come non mai ad un inaspettato e rassicurante “focolare“. Ma la verità non giunge mai, si rimane immersi in un vuoto informativo che genera a lungo termine angoscia.

Ecco allora il motivo per cui secondo me una brillante trovata pubblicitaria non viene più colta nella sua immediatezza con stupore, ma con fastidio, paura e disorientamento. Non c’è più prospettiva e nulla può emergere se non una forma arcaica di paura e sospetto pre-umana. Mi viene in mente una canzone di Gaber, da titolo “La Paura”:

“(…) Siamo a dieci metri. Le mani stringono al petto… un grosso mazzo di fiori, un mazzo di fiori? Chi crede di fregare? Una pistola, un coltello, nascosto in mezzo ai tulipani, come sono furbe le forze del male. 
Eccolo, è a cinque metri, è finita, quattro tre due un… 
Ahhhh, niente, era soltanto, un uomo.”

Con la differenza che un tempo, sia il personaggio di Gaber che quello di Don Abbondio nell`episodio dei Bravi de “I Promessi Sposi” (pavido per eccellenza), trovavano in qualche modo il modo di andare avanti, pur nella loro pavidità e costrizione. Accettavano la sfida a proseguire sulla strada dell’ignoto, mettendosi poi nelle condizioni di “cambiare”, di venire “illuminati” o di essere redenti (sugli esiti, direi che se l’è cavicchiata meglio il personaggio immaginato da Gaber!..)

Oggi? Nel venir meno di prospettiva non c’è più sentiero, si dileguano quindi anche le rimanenti possibilità di cambiamento dovute all’andare “incontro” (disvelamento): “si rimane fermi” a prescindere, in un corto circuito mediatico dove non c’è più spazio per l’altro ma si è solo hooligans della propria squadra. Così le paure si condividono su Facebook in attesa di un mi piace che le confermi e le rifletta, come in un labirinto di specchi.

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