Soffrire di un disturbo mentale nell’infanzia e nell’adolescenza, come l’ADHD, i disturbi d’ansia e dell’umore o disfunzioni a livello comportamentale, costituisce un potente fattore di rischio per lo sviluppo di una serie di problemi psichiatrici in età adulta. Lo ribadisce un recente studio apparso sul Journal of Child Psychology and Psychiatry, che ci ricorda quanto sia importante intervenire precocemente e come sia necessario investire maggiormente nella prevenzione.
Nel campo della depressione tali interventi appaiono fondamentali. Diversi studi, perlopiù sviluppati nell’ambito della teoria dell’attaccamento (Bowlby, 1980), evidenziano come alcune esperienze esistenziali che avvengono durante l’età evolutiva possano inclinare la personalità fino a renderla più vulnerabile alla depressione. La mancanza di inadeguate cure parentali che precedono o seguano una perdita, come la negligenza e l’indifferenza, così come ripetute esperienze di rifiuto e separazione, o la presenza di lutti significativi nel corso dell’infanzia, favoriscono l’insorgenza di emozioni basiche quali la rabbia e la tristezza e aumentano il rischio di sviluppare disturbi depressivi in età adulta. (Liu, 2009Harris, Brown Bifulco, 1986). 


Sedimentate nel tempo nella carne, queste emozioni non potranno che accompagnarsi a racconti di sé coerenti con questi stati d’animo, che avranno come principali temi la solitudine, il senso di impotenza, l’inadeguatezza, il senso di indignità sociale, ecc.. (Arciero Bondolfi, 20009; Liccione, 2011). La persona con disturbo depressivo in età adulta finisce così nel trovarsi e sentirsi nella tristezza, nella rabbia, nell’ansia, nel dolore… l’esperienza di sofferenza e di perdita diventa cioè costitutiva di sé, identitaria. 
Il tutto avviene pre-riflessivamente, nel fluire esperienziale del proprio esser-ci.

L’importanza di un intervento precoce e preventivo appare ancora più importante se consideriamo i recenti studi di epigenetica. Lungi dal considerare una relazione deterministica tra patrimonio genetico e depressione, Caspi e collaboratori, in uno noto studio apparso su Science nel 2003, hanno invece evidenziato l’interazione tra geni e ambiente: lo sviluppo della depressione era maggiormente presente in quelle persone che presentavano un’associazione fra esperienze di vita negative e l’allele corto del trasportatore della serotonina (5-HTTLPR). In mancanza di queste esperienze l’allele corto non si associava a un rischio depressione maggiore. Inoltre, il fatto di poter contare su un sostegno sociale positivo riduceva il rischio di depressione in soggetti maltrattati e con l’allele corto del trasportatore della serotonina.

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