Un tema che mi sta particolarmente a cuore è quello legato alla comprensione e al trattamento delle nuove forme di dipendenza (new addiction), in particolare il gioco d’azzardo patologico (Pathological Gambling).

Si parla di dipendenze comportamentali quando l’oggetto della dipendenza è costituito da un comportamento o un’attività lecita o accettata. Non sono quindi implicate le classiche “droghe”, ma oggetti o attività come il sesso (compresa la porno-dipendenza), gli acquisti (lo shopping compulsavo), il gioco, il computer, internet o la televisione. Per la maggior parte delle persone queste attività fanno parte del normale svolgimento della vita quotidiana, ma per alcuni individui possono assumere caratteristiche patologiche e provocare comportamenti compulsivi simili a quelli che si manifestano con la dipendenza da sostanze.

I giochi d’azzardo sono tutti quelli nei quali si gioca per vincere denaro e dove il risultato del gioco dipende, del tutto o in parte, dalla FORTUNA piuttosto che dall’abilità del giocatore. Quelli più diffusi sono: le videolottery e le slot machine (spesso chiamate ancora videopoker o VLT), i gratta e vinci, il lotto e il superenalotto, i giochi al casinò, il “Win for life“, le scommesse sportive o ippiche, il bingo, i giochi on line con vincite in denaro (ad esempio poker online).

Il problema sorge quando si manifesta un persistente bisogno di giocare e aumentano in modo progressivo il tempo e il denaro impegnati nel gioco fino a condizionare in modo significativo gli altri ambiti della propria vita (la famiglia, il lavoro, il tempo libero). Si finisce così per investire al di sopra delle proprie possibilità economiche e a trascurare i quotidiani impegni della vita…

Esse richiedono una presa in carico di tipo multidisciplinare, in cui la neuro-psicologia, intesa come “disciplina ermeneutica“, ricopre un ruolo fondamentale. Secondo quanto promuove Domenico Jervolino in “Neurofenomenologia: le scienze della mente e la sfida dell’esperienza cosciente”, 2006, a cura di Massimiliano Cappuccio, pag. 404), essa permette la “TRADUZIONE tra linguaggi specialistici che cercano di dire diversamente la stessa cosa, o meglio quasi la stessa cosa”. In quest’ottica, la comprensione e il trattamento delle dipendenze comportamentali non può che accompagnarsi sia alle recenti scoperte provenienti dall’ambito neuroscientifico che alla recente evoluzione della psicoterapia cognitiva (Liccione, 2011) che vede sempre più l’uomo un essere incarnato (embodied), situato secondo specifiche tonalità emotive (embedded) e storico, e che pone come elemento cardine del modello di cura proprio la mediazione e il confronto continuo tra discipline che studiano l’uomo secondo il metodo delle scienze naturali (neuroscienze, psicologa dello sviluppo, psicologia sperimentale, ecc.) e quelle che studiano l’essere umano attraverso i suoi propri modi esistenziali, esperienziali e narrativi (scienze filosofiche e umanistiche, come la fenomenologia, l’ermeneutica, la semiotica, ecc.)

Tale doppio binario si rende ormai necessario in quanto le alterazioni emotive-comportamentali conseguenti ad una psicopatologia possano conseguire sia all’essere corpo tra i corpi, sempre soggetto alle leggi della natura (patologie non storiche, che accadono nel silenzio del racconto e che sono dovute a qualche accidente fisico es. trauma cranico, ictus, ecc), sia al particolare modo in cui si dà verbo alla carne (patologie storiche,, in cui la sintomatologia trova origine da fratture identitarie conseguenti a specifici modi di riconfigurare narrativamente i propri modi esperienziali di essere emotivamente situato nel mondo).

Più specificamente, nel caso del gioco d’azzardo patologico possono co-occorrere o meno all’interno di tale continuum sia CAUSE eziopatogeniche (spiegabili attraverso prevalentemente le discipline “bio”, e se si pensa al gioco compulsivo associato al Morbo di Parkinson esse costituiscono la spiegazione principale) che MOTIVI eziopatogenetici, i cui sintomi emotivi-comportamentali trovano senso all’interno di una specifica storia di vita e che sarebbero da ricercare in una alterazione del senso di stabilità personale causata da una o più possibili fratture identitarie (ad. esempio, il caso di una donna che gioca da anni compulsivamente per gestire l’ansia e lo stress legato ad un particolare momento o evento della sua vita).

Seguendo questa linea esplicativa, recenti studi neuroscientifici evidenziano come al gambling sia frequentemente associata una alterazione a livello neurofisiologico: il giocatore d’azzardo patologico presenta spesso una compromissione del “sistema di gratificazione e ricompensa” e che vede come principale attore un neurotrasmettitore chiamato dopamina. Ma come insegna la tradizione fenomenologia, a meno che non stiamo parlando del gambling associato esclusivamente al Morbo di Parkinson, non è possibile ridurre la sintomatologia espressa dal giocatore d’azzardo patologico alla sola alterazione neurochimica che accade nel cervello (Korper, il corpo inteso come carne).

Sempre facendo riferimento a quanto emerge dalla ricerca sperimentale in ambito cognitivo, si è notato come i giocatore patologici possiedano credenze e convinzioni circa il gioco il più delle volte irrazionali e sbagliate (si veda questa recente meta-analisi). Appaiono incapaci di considerare indipendenti le puntate (vero e proprio tallone d’Achille del giocatore patologico… molto evidente nel casi della roulette o delle nuove VLT) e credono di esercitare un controllo sulle slot machine. Una vera e propria illusione! Ed in effetti il loro pensiero è ricco di elementi che richiamano alla superstizione. Sono inoltre presenti difficoltà legate all’impulsività e al controllo.

Secondo l’approccio ermeneutico-fenomenologico, l’esperienza non è muta e non acquista significato in funzione di un atto riflessivo. I processi mentali sono anche il corpo, la storia, gli orizzonti di un uomo. L’esperienza è già di per sé significativa e “chiede di essere detta”, partendo dalla condizione di uomo incarnato, storico e situato. Sarebbe pertanto riduttivo considerare la psicopatologia soltanto nei termini di un’alterazione dei modi di pensare e di adeguare la mente alla realtà (ad es. credenze errate sulle puntate). A maggior ragione se sono proprio le neuroscienze a validare la natura pre-riflessiva dell’uomo.

L‘esser-ci (l’essere situato nel mondo secondo specifiche tonalità emotive secondo un progetto-gettato) rappresenta la condizione di possibilità di qualsiasi atto riflessivo. Occorre pertanto arretrare ad un livello previo, ontologico. La visione razionale-riflessiva, pur essendo importante in quanto ci permette di cogliere psico-patologicamente degli ideali-tipi, difficilmente ci permette di comprendere sufficientemente “l’effetto che fa” ad una specifica persona (e solo a quella!) giocare alle Slot Machine!

Accedendo così al livello del “Chi”, l’uomo è una carne che si fa storia (identità narrativa) in uno specifico ambiente culturale. Un ente speciale, disposto all’apertura e continuamente interpellato dalle cose. Un esistente che non può fare a meno di trascendere se stesso partendo da una personale condizione di gettatezza e secondo delle possibilità. Nel caso del gioco d’azzardo patologico, tale originaria e pre-riflessiva relazione del Leib (il corpo che io sono) con il mondo e con le sue possibilità appare alterata. Oggetti e attività con le quali condividiamo un mondo ad un certo punto smettono di interpellarci per la loro naturale funzione finendo per acquisire nuovo senso. Se l’uomo è ogni volta l’incontro con il mondo, che tipo di esistenza può essere quella che si rapporta ad essa in una modalità atemporale (priva di progetto), ripetitiva (tipica modalità attraverso la quale si manifestano i vizi), ed in costante rapporto con vissuti emotivi e presenze così estranee da farla dileguare? Non è un caso che molti giocatori patologici manifestano difficoltà nel vivere emozioni quali la noia e il senso di vuoto e che ricorrano al gioco compulsavo proprio per cercare di fronteggiare stati emotivi di “chiusura” di mondo, come la depressione, l’ansia o la solitudine, per sedarsi o per sentirsi/attivarsi (attivando i circuiti neurochimici legati al piacere e alla ricompensa).

Oltre a quanto detto, le dipendenze comportamentali racchiudono in sé alcuni aspetti costitutivi e caratteristici dell’epoca post-moderna. Essa costituisce la cornice di riferimento principale ogniqualvolta abbiamo a che fare con un testo, a maggior ragione se il racconto è un racconto di sofferenza. L’insieme degli elementi socio-culturali in cui siamo immersi fa da sfondo macro-contestuale e spesso ci permettere di comprendere e dare un senso alle azioni e alle passioni dell’altro: in questo caso, direi che è impossibile non calcolare l’enorme impatto che hanno avuto le nuove tecnologie sulle nostre vite, lo stretto legame tra tecnologia e comunicazione (Facebook, Social Networking), nonché la discontinuità molteplicità del sé. Rispetto all’uomo dell’età moderna, infatti, abbiamo a che fare con identità non più continue ma sempre nell’atto di superarsi (shopping compulsivo, gambling), e costantemente “connesse” a punti esterni su quai sintonizzarsi e mantenersi (internet, slot machine).

In conclusione, il quadro risulta molto complesso ma nello stesso tempo assai fecondo e stimolante. Mi piacerebbe inaugurare con questo post una serie di articoli che approfondiscano un minimo le problematicità legate al gioco d’azzardo, al fine di dare qualche nozione sia in termini cognitivi, neurobiologici che fenomenologici, nonché legate al trattamento… perchè sì, il gioco d’azzardo patologico si può fronteggiare.

Per iniziare, partiamo da qualche dato epidemiologico. Come è possibile appurare da una recente pubblicazione del Dipartimento Politiche Antidroga, considerando che la popolazione Italia è stimata in circa 60 milioni di persone, i giocatori d’azzardo patologici rappresentano una fetta che varia dallo 0,5% al 2,2% della popolazione generale (N. 302.093 – 1.329.211), mentre la stima dei giocatori d’azzardo problematici varia dall’1,3% al 3,8% della popolazione generale (N. 767.318 – 2.295.913). I giocatori d’azzardo che invece hanno un rapporto “sano” con il gioco costituirebbero circa il 54% della popolazione (circa 24.400.000 di persone).

Come ci suggerisce la tabella (Fonte: GAMBLING, 2013, Dipartimento per le politiche antidroga), e coerentemente a quanto proposto sopra, è utile notare come i vari tipi di giocatori vengano disposti su un continuum dimensionale che va dal giocatore “informale e ricreativo” al giocatore d’azzardo “patologico”, passando per il giocatore “problematico”. Esso ci interroga pertanto sulla necessità di integrare maggiormente l’approccio categoriale proposto dal DSM-IV-TR con quello dimensionale, in linea con il recente dibattito scientifico legato al problema della diagnosi in psichiatria.

Occorre non stigmatizzare un comportamento che costituisce da sempre una delle principali attività di svago e di intrattenimento, e che per la maggior parte della gente rappresenta un’attività piacevole e senza conseguenze. Rispetto al passato, tuttavia, è aumentata la pressione pubblicitaria così come si sono moltiplicate le possibilità di giocare. Ciò ha comportato una maggior proprensione a giocare d’azzardo e una conseguente aumento della patologia, a tal punto che il Dipartimento delle Politiche Antidroga stima che si possa entro poco tempo passare ad un’incidenza del gioco patologico pari 7-10% e del gioco problematico del 10-18% .

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