L’emergenza COVID-19 costituisce una sfida sanitaria enorme, caratterizzata dal fatto che investe particolarmente la dimensione psicologica. Sono rimasto molto colpito dalla risposta della mia comunità professionale, e non smetterò mai di meravigliarmi sul contributo che può dare la psicologia. Questo articolo non ha la pretesa di essere esaustivo, vuole semplicemente essere uno omaggio alla mia professione, convinto che il lavoro mio e di tanti miei colleghi sia utile ad affrontare questi tempi di crisi caratterizzati da tanta sofferenza, rinunce e aspettative.

Partiamo da una delle esperienze più vissute in questi giorni: la paura. Come gestirla? Da quando è entrato nelle nostre vite il Coronavirus, la paura è emersa in tutta la sua forma. È importante ribadire che la paura è un’emozione del tutto normale e utile. Ci permette di prevenire i pericoli e di evitarli.
La paura funziona bene se è proporzionata ai pericoli. Diventa disfunzionale quando è eccessiva rispetto ai rischi oggettivi. In questi casi la paura si trasforma in panico e finisce per danneggiarci. La diffusione del Coronavirus ha proprio queste caratteristiche. Appare pertanto fondamentale imparare a gestirla. L’Ordine degli psicologi proprio in questi giorni ha pubblicato un insieme di iniziative, tra cui un Vademecum “Antipanico” rivolto alla cittadinanza. Due indicazioni trovo particolarmente utili: 1) Attenersi ai fatti, cioè al pericolo oggettivo; 2) Troppe emozioni impediscono il ragionamento corretto e frenano la capacità di vedere le cose in una prospettiva giusta e più ampia. Andrebbe quindi limitata a ricerca spasmodica e ossessiva delle informazioni, perché possono produrre l’effetto contrario (generare ansia). Due volte al giorno attraverso la consultazione di fonti ufficiali è più che sufficiente.

Un altro contributo che possono dare gli psicologi è studiare la percezione del rischio nelle persone. In questi giorni si parla di decreti e norme, e ci colpisce sentire alla radio di quanto sia difficile per alcune persone seguire l’importante indicazione di “rimanere a casa”. Ebbene, anche in questo caso la psicologia può esserci d’aiuto. I “Bias” cognitivi sono – semplificando molto – errori mentali e percezioni errate o deformate su pregiudizi e ideologie. Hanno un impatto sulla nostra vita perché possono portarci ad effettuare, involontariamente, degli errori. Studiando quanto è avvenuto durante la pandemia influenzale del 2019 (H1N1), alcuni scienziati cognitivi hanno osservato in uno paper del 2015 un bias cognitivo interessante: le persone tendono a pensare di avere meno probabilità di essere contagiate rispetto al resto della comunità. Sottostimano quindi il rischio. Conoscere come la percezione del rischio e il comportamento delle persone cambia nel corso di una pandemia può aiutare il sistema ad adottare misure preventive e di contrasto adeguate, in tempi efficaci.

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Un altro contributo che gli psicologi possono dare è chiaramente quello rivolto a medici, infermieri e personale socio-sanitario. Il loro lavoro è immenso e di enorme importanza. È fondamentale ribadire a livello istituzionale la necessità di fornire supporto psicologico a chi lavora in prima linea. Nell’immediato, gli psicologi possono contribuire a supportare emotivamente i professionisti e a insegnar loro strategie di gestione delle emozioni e dello stress. A lungo termine, sarà fondamentale seguire psicologicamente le varie figure al fine di contrastare la genesi e lo sviluppo di vari disturbi tra cui: disturbi dell’umore, disturbi d’ansia e disturbo post-traumatici da stress. Tutte condizioni che tendono a manifestarsi in chi ha vissuto esperienze di sovraccarico emozionale caratterizzate da emozioni quali ansia, rabbia, senso di impotenza, colpa, perdita, ecc.

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Infine, non va dimenticato il contributo che gli psicologi possono dare in questo periodo alle famiglie. Gli psicologi che lavorano in ambito educativo possono dare utili indicazioni su come comunicare adeguatamente i cambiamenti associati all’emergenza Coronavirus ai bambini. Attraverso questo link condivido il contributo di quello che è stato tanti anni fa un mio professore universitario, prof. Fabio Celi. Non dobbiamo dimenticare che il mondo dei bambini si intreccia inevitabilmente con il nostro.
 Ai bambini va garantita una comunicazione adeguata all’età, in modo tale che possano comprendere con i propri mezzi la complessità della situazione prevenendo così lo sviluppo di ansie eccessive.

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In tempi di quarantena obbligatoria, particolare attenzione merita la vita di coppia: gli psicologi sanno bene che difronte ad emergenze simili possono aumentare conflitti e separazioni. Gli psicologi possono garantire interventi di mediazione e negoziazione del conflitto. Passata la fase innamoramento, infatti, ogni coppia trova il proprio equilibrio: lavoro e hobby aiutano a ritrovare ossigeno e a mantenere quella giusta distanza tra bisogni individuali e di coppia. Una improvvisa convivenza forzata, 24h su 24h, può destrutturare questo equilibrio e la routine. Se non affrontato in tempo, con maturità e attraverso la giusta dose di comunicazione, la situazione può precipitare. L’emergenza di questo periodo può riflettersi anche in ambito lavorativo e questo può rendere le persone particolarmente irritabili. In ognuno di questi casi, gli psicologi possono dare indicazioni importanti: fondamentale appare mantenere, anche all’interno di una convivenza forzata, spazi di silenzio e di autonomia concordati con l’altro.

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