Riflessioni notturne sul contributo delle neuroscienze.

Riflessioni notturne sul contributo delle neuroscienze.


Come terapeuta, nel corso degli ultimi anni mi sono confrontato con le innovazioni teoriche e metodologiche proposte del modello cognitivo-neuropsicologico, la cui originalità consiste nel recupera
re e rinnovare la concezione dell’uomo come un essere basicamente storico, incarnato e situato (un esser-ci), così come la tradizione fenomenologica sostiene da circa un secolo, e metterla costantemente in dialogo con le più recenti scoperte provenienti dal mondo neuroscientifico. Sono le stesse neuroscienze a “chiedere” un nuovo interlocutore capace di dar senso a quanto scoperto (es, neuroni specchio, emoting, ecc), anche alla luce delle inadeguatezze del classico paradigma cognitivo, sia nelle sua variante standard che costruttivista.


Il metodo Neuropsicologico prevede pertanto un continuo dialogo tra discipline che studiano l’uomo in terza persona (neuroscience, biologia, neuro chimica, psicologia cognitiva, ecc) e le scienze che si occupano dell’uomo in prima persona, come la fenomenologia e la psicologia in senso lato.


Come si esplica tutto questo nell’attività clinica? Si rende manifesto un alternativo modello di definizione del malessere mentale, certamente non in linea con il classico modello dualistico che prevede la distinzione tra organico/funzionale, proprio della tradizione cartesiana/kantiana, ma più fecondo e originario. Una psicopatologia meglio inquadrabile all’interno di un continuum neuro-psico-patologico, in cui convive “la duplice appartenenza dell’essere umano sia al bios che al logos”, e dove i cambiamenti emotivo-comportamentali appaiono intelligibili sia alla luce di “motivi” e accadimenti umani e storici, sia in conseguenza di “cause” fisiche e biologiche. La storicità, quindi, come variabile fondamentale per una adeguata diagnosi. Ecco quindi la necessità di distinguere tra patologie storiche e patologia non-storiche (Liccione, 2012).


Detto questo, non può che farmi piacere e appassionarmi questo articolo (The Psychologist) pubblicato da una delle più autorevoli associazioni britanniche di psicologia scientifica (BPS), e ripresa a sua volta da MindHacks, la quale sembra interrogarsi appunto su come “far dialogare” e soprattutto, far fruttare, i contributi della rivoluzione neuroscientifica sull’attività clinica


” (…) Indeed, it could be argued that integrating psychological and neuroscientific information is the only way in which a truly holistic explanation of mental health problems can be proposed, as the brain is the interface at which genetic and environmental influences interact to produce thoughts, perceptions, beliefs and feelings. And there is no reason to assume that a brain mechanism can only be targeted using a ‘biological’ treatment – psychosocial interventions change the brain too. Importantly, this is not to privilege neuroscientific models over psychological models of symptoms. Each discipline has much to learn from the other, since they address the same questions but in a complementary fashion, at different levels of explanation. Ultimately they require integration: ‘mindless’ neuroscience and ‘brainless’ psychology are both incomplete explanatory frameworks. (…)”
“A useful notion is to consider different types of causes of symptoms lying on a spectrum, the extremes of which I will term ‘proximal’ and ‘distal’.” 
CIT. https://thepsychologist.bps.org.uk/volume-28/april-2015/what-has-neuroscience-ever-done-us

Pur focalizzandosi sul disturbo depressivo, è una questione che credo possa essere generalizzata all’intero ambito della salute mentale. Il rischio, a mio modesto parere, è quello di arenarsi in aporie filosofiche e metodologiche. Recuperare una visione dell’uomo più originaria e genuina (essere-nel-mondo, come la fenomenologia insegna) e appropriarsi definitivamente di un concetto più ampio di neuro-psicologia (“traduzione”), che prevede un continuum tra patologie storiche-non storiche, gioverebbe invece sia alle neuroscienze che alla psicologia stessa.
Continua-mente dipendere.

Continua-mente dipendere.

La psicoterapia cognitiva neuropsicologica (PCN), lungi dal considerare i disturbi mentali secondo una rigida distinzione tra organico e funzionale, parla di neuropsicopatologia: la duplice appartenenza dell’essere umano sia all’ordine fisico che a quello psichico permette di configurare la psicopatologia secondo un continuum ai cui estremi troviamo le patologie di tipo non storico e quelle di tipo storico.

Le alterazioni emotivo-comportamentali associate alle patologie non storiche (ad es. trauma cranico, ictus cerebrale, ecc.) sono spiegabili principalmente attraverso le discipline bio e conseguono a qualche causa eziopatogenetica, all’essere corpo soggetto alle leggi della fisica e della natura… Interessano la progettualità dell’individuo e comportano un’alterazione dei suoi modi di essere. Secondo l’approccio ermeneutico-fenomenologico, infatti, che è alla base della PCN, l’essere umano è un progetto-gettato: nasce in uno specifico contesto storico ed ha ogni volta da essere, secondo questa o quella apertura di mondo. Condivide fin da subito una rete di rimandi culturali comuni ed è proprio in funzione di questo orizzonte pre-determinato che il mondo gli si appalesa nei termini della possibilità e della strumentalità (pre-comprensione). In seguito ad una lesione cerebrale, tuttavia, che avviene nel silenzio della storia individuale, l’esser-ci muta, e così l’insieme delle possibilità d’azione. Cambiando i modi di fare esperienza “costitutivi”, si arriva ad incontrare il mondo inevitabilmente in termini diversi ma coerenti con la nuova apertura… ecco allora spiegate le difficoltà tipiche associate, ad esempio, ad un trauma cranico: le perseverazione comportamentale, la disinibizione sociale, l’impulsività, la rigidità, ecc.

Le alterazioni identitarie associate alle patologie storiche, invece, come nel caso di un disturbo depressivo, di un disturbo alimentare o di un  disturbo d’ansia, più che a cause di tipo fisico conseguono a motivazioni umane e sono pertanto comprensibili attraverso le scienze umane. La sofferenza di quest’ultime, cioè, non può essere spiegata nei soli termini neurofisiologici, in quanto si tratterebbe di una spiegazione insufficiente, ma è veicolata dai modi di essere (storici) del paziente e dal modo in cui l’esperienza pre-riflessiva (l’esperienza) viene riconfigurata narrativamente in un racconto (identità narrativa). In questo caso, le alterazioni emotive comportamentali non riguardano tanto i modi della progettualità quanto quelli dell’identità personale e dipendono a loro volta da un’ulteriore dialettica, evidenziata recentemente dalla ricerca neuroscientifica, che riguarda i modi di essere emotivamente situati dell’uomo e costitutivi del suo esser-ci: l’ipseità e l’alterità. Ecco allora, ad esempio, la sofferenza patologica legata ad un modo di essere focalizzato eccessivamente sul corpo e sugli stati viscerali, che può dar origine a psicopatologie di tipo fobico (disturbo d’ansia generalizzato, disturbo di panico, fobie, ecc.) o depressivo; oppure patologie che originano in funzione di un’alterità eccessivamente definitoria (disturno ossessivo) o, come nel caso dei disturbi alimentari, eccessivamente fluttuante.

Dato che la maggior parte delle manifestazioni neuropsicopatologiche si trova nella via di mezzo tra storico e non storico, appare di fondamentale importanza assumere un atteggiamento il più possibile dialettico e costruttivo, facendo dialogare tra loro le discipline che parlano dello stesso fenomeno ma a livelli diversi. La neuropsicologia ermeneutica risponde a tale bisogno e promuove la traduzione tra le discipline “bio” e quelle “psico”.

Un esempio che ci permette di apprezzare la ricchezza esplicativa di tale approccio è dato dalla tossicodipendenza (in particolare, quella da cocaina) e un recente studio pubblicato sulla rivista Biological Psychiatric ci fornisce dati scientifici su cui è possibile riflettere per sostenere la continuità tra patologie storiche e non storiche. Come noto, può essere molto difficile per le persone prevedere le conseguenze a lungo termine del consumo di sostanze stupefacenti. In generale, i consumatori, dopo aver sperimentato i potenti effetti euforizzanti per un periodo di tempo anche molto breve (euforia, piacere, generale senso di benessere, ecc), possono ben presto sviluppare una vera e propria dipendenza e compromettere drammaticamente la loro vita. Tale condizione patologica comporta una modalità di autossomministrazione reiterata, che usualmente risulta in tolleranza, astinenza e comportamento compulsivo di assunzione della sostanza di abuso. Secondo la “Relazione al Parlamento 2013 sull’uso di sostanze stupefacenti e tossicodipendenze in Italia”, elaborata ogni anno dal Dipartimento Politiche Antidroga, in Italia le persone con problemi di tossicodipendenza in trattamento risultano essere circa 438.500. Di queste, 81.000 sono dipendenti da cocaina, una delle sostanze psicoattive maggiormente utilizzate dagli utenti in trattamento (14,8%), insieme agli oppiacei (74,4%) e alla cannabis (8,7%).

Dal punto di vista neurobiologico, i meccanismi sottostanti alla dipendenza da cocaina riguardano un neurotrasmettirore in particolare, la dopamina, che nel cervello esercita un ruolo importante in diversi abiti (umore, comportamento, cognizione, movimento volontario, ecc.), tra cui appunto la regolazione dei processi motivazionali e di ricompensa (reward circuit). Stimoli che producono gratificazione e piacere (il cibo buono, il sesso, la musica, ma anche le sostanza stupefacenti) provocano il rilascio della dopamina all’interno delle sinapsi. In genere, la dopamina viene recuperata dal neurone trasmittente da una proteina specializzata ma in presenza di cocaina questo meccanismo si inceppa: la cocaina si attacca al trasportatore della dopamina bloccandone il normale processo di ritorno, con un conseguente accumolo di dopamina nella sinapsi. Dal punto di vista neuronale, sono diversi i sistemi cerebrali coinvolti: l’area tegmentale ventrale del mesencefalo (VTA) e il nucleo accubens (facenti parte del circuito di gratificazione); l’amigdala e l’ippocampo (modulatori di impulsi, emozioni e memoria); la corteccia pre-frontale (pianificazione e controllo).

Proprio l’indagine delle aree cerebrali coinvolte e le loro modificazioni nel tempo sono state oggetto di studio della ricerca sopra citata: comunemente si ritiene che le persone che sviluppano una dipendenza non potranno mai eliminare la loro attrazione per la sostanza abusata. Nuovi risultati forniscono ulteriore sostegno a questa ipotesi e suggeriscono che l’astinenza non si traduce in una normalizzazione completa dei circuiti cerebrali. 

Krishna Patel e colleghi, dell’Istituto di Living / Hartford Hospital, hanno infatti confrontato le risposte neurali (fMRI) di tre gruppi di persone durante un compito di stimolo-ricompensa. I tre gruppi erano costituiti da 47 controlli sani , 42 consumatori di cocaina e 35 ex- consumatori di cocaina astinenti da una circa 4 anni.  Hanno inoltre confrontato i tre gruppi in base ai loro livelli di impulsività e di risposta alla ricompensa tramite test psicologici.

Rispetto al gruppo di controllo, i ricercatori hanno osservato un’attivazione anomala in diverse regioni cerebrali coinvolte nel circuito di ricompensa (reward circuit) sia negli individui cocainomani che negli individui astinenti: quest’ultimi, in particolare, continuano a manifestare differenze in un sottoinsieme di quelle stesse regioni a distanza di anni. Inoltre, in entrambi i gruppi sono stati osservati elevati livelli di impulsività. L’insieme di questi dati suggerisce che l’astinenza prolungata da cocaina non normalizza totalmente il circuito della ricompensa, ma può normalizzarlo in parte. I cambiamenti neuronali persistono nonostante un periodi di astinenza e tutto fa pensare che il recupero dalla dipendenza sia un processo permanente.

Dal punto di vista cognitivo neuropsicologico, possiamo ricondurre tali conclusioni alla bontà della teoria che concepisce l’eziopatologia della tossicodipendenza al confine tra patologia storica e patologia non storica. Dopo il periodo di assunzione iniziale, originato spesso da motivazioni umane associate ad un insieme di stati emotivi (senso di vuoto, ansia, noia, bisogno di “sballarsi”, o di essere sempre all’altezza), le alterazioni emotive-comportamentali della dipendenza trovano miglior spiegazione nei modi alterati della progettualità rispetto ai modi dell’identità, comunque presenti, e tali alterazioni tendono a perdurare nel tempo.

In altri termini, l’abuso della sostanza dovuto inizialmente a mancate o deficitarie riconfigurazioni narrative dell’esperienza – che comportano senso di vuoto, ansia, agitazione, da modulare mediante l’assunzione della sostanza stupefacente – lascia ben presto spazio ad un’alterazione ancora più basica e che riguarda i modi della progettualità (dipendenza), evidenziabile anche a distanza di anni, i cui sub-strati neuronali si associano a coerenti aperture di mondo (limitazioni nella partecipazione sociale, difficoltà a pianificare le azioni, impulsività, ecc. tipiche di compromissioni a livello del circuito frontale-limbico).

“Una crisi c’è sempre ogni volta che qualcosa non va” …ma comunicare è necessario per uscire da una fase di stallo e spiccare definitivamente in volo

“Una crisi c’è sempre ogni volta che qualcosa non va” …ma comunicare è necessario per uscire da una fase di stallo e spiccare definitivamente in volo

Recentemente è apparso un editoriale sul sito del National Institute of Mental Heath (NIMH), la principale agenzia governativa americana che si occupa di salute mentale, a cura di Thoma Insel, psichiatra e neuroscienziato di fama mondiale nonché attuale presidente del NIMH. L’articolo è una breve analisi circa lo stato attuale della psichiatria americana ma a mio modesto parere può fornirci spunti di riflessione interessanti. Inoltre precede di poco la pubblicazione di un altro noto post che ha messo seriamente in discussione un baluardo della psichiatria attuale, ovvero l’utilizzo del DSM-IV, il più noto sistema di classificazione internazionale sui disturbi mentali.
Insel è convinto che la psichiatria americana stia vivendo una lenta ma progressiva rinascita, una sorta di trasformazione/metamorfosi inneuroscienza clinica“, dovuta al fatto che sempre più medici ricercatori in possesso di un dottorato in neuroscienze decidono di specializzarsi in psichiatria, nonostante il forte calo di iscrizione di cui tale branca della medicina è vittima. 

Il direttore del NIHM risponde così a quanto pubblicato dalla prestigiosa rivista britannica The Lancet secondo cui, al contrario, l’attuale momento della psichiatria è caratterizzato da una crisi identitaria internazionale che ha come principale indicatore proprio la diminuzione delle iscrizioni alla specialità universitarie e come cause alcuni fattori, tra cui la presunta pseudo-scientificità della disciplina, la scarsa remuneratività della professione, nonché la sensazione di trovarsi di fronte ad una disciplina dai confini poco delineati, in continua evoluzione e la cui autorevolezza e solidità scientifica viene messa continuamente in discussione. Retroscena che sta spingendo sempre più studenti verso aree di ricerca recenti come le neuroscienze cliniche.

Quest’ultime, in particolare, riscuoterebbero sempre più interesse nelle nuove generazioni e giocherebbero di rimessa, contribuendo ad alimentare e a rafforzare gli stereotipi e le criticità legate alla psichiatria “classica”. Da qui il monito degli psichiatri inglesi ad abbracciare con forza il metodo delle scienze naturali e a ri-proporsi con autorevolezza come scienza biomedica, sviluppando maggiormente rispetto al passato solide teorizzazioni e pratiche cliniche standardizzate e di provata efficacia.

Insel, da parte sua, pur condividendo il dato generale negativo relativo alla diminuzione degli iscritti, ritiene la situazione della psichiatria americana in crisi quanto quella britannica, ma più intrisa di entusiamo e di speranza. Essa 
appare più capace di adattarsi alle recenti scoperte provenienti dai vari campi di ricerca e di sviluppare modelli di intervento efficaci e innovativi. Del resto, chi in passato sceglieva oncologia o settori specifici della chirurgia, oggi viene sempre più attratto dal potenziale legame tra psichiatria e neuroscienze e dalla possibilità di operare nell’interfaccia tra medicina clinica e ricerca sperimentale. Il tutto a beneficio della disciplina stessa.
Per questo motivo, sempre secondo l’autore, il giovane ricercatore che vorrà “lasciare un segno” tangibile del proprio operato non potrà che farlo in questo affascinante campo di studi, che appare attualmente più fruttuoso e meno saturo rispetto ad altri, e più attrezzato rispetto al passato a rispondere ad alcune questioni critiche (“The questions are profound, the patients are fascinating, and the tools are finally available to make unprecedented progress.”)

I tempi sembrano quindi maturi per promuovere un radicale cambiamento, ma nel frattempo si è acceso un interessante dibattito (ripreso dalla rivista italiana Psicoterapia e Scienze Umane) su quale possa essere la via migliore per uscire da questa “crisi identitaria”. A mio modesto parere, è senz’altro positivo e incoraggiante il dialogo che si sta instaurando tra neuroscienze e psichiatria, così come è legittimo aspettarsi che la psichiatria, da sempre orientata – a differenza della psicologia – a studiare le malattie psichiche come derivanti da un malfuzionamento fisiologico del sistema nervoso centrale, voglia rinnovarsi e acquisire maggior autorevolezza scientifica proprio grazie all’apporto delle neuroscienze. Ma non vi è forse il rischio di cadere nuovamente in un riduzionismo metodologico, a discapito di una reale comprensione della sofferenza umana?!… Rischio che si concretizza ogniqualvolta appaiono ricerche in cui, ad esempio, si spiega un’esperienza unica, soggettiva e personale come l’innamoramento nei soli termini neuro-fisiologici (autorevolissimo premio Ig-nobel!)


Probabilmente la crisi di cui parlano gli autori e che è in qualche modo appare palpabile se prendiamo in considerazione alcuni aspetti (si prenda in considerazione, ad esempio, questi articoli: http://www.carmelodimauro.com/?p=2272http://www.psychomedia.it/pm/modther/probpsiter/ruoloter/rt112-09.htm) non va ricondotta né alle diminuzione delle immatricolazioni, né alla forte attrattiva delle neuroscienze, né tanto meno alla possibilità di applicare totalmente un metodo standardizzato e “scientifico” alla cura dei disturbi mentali, ma va fatta risalire ad una crisi ancora più ampia e previa e che vede principalmente riguardare l’oggetto di studio della disciplina stessa: l’uomo e i suoi modi di essere-nel-mondo… Ente piuttosto particolare rispetto a qualsiasi altro ente, e che ormai da diversi anni la ricerca scientifica e diverse speculazioni filosofiche hanno dimostrato non essere più indagabile né secondo modalità pseudo-scientifiche né tantomeno nei soli termini anatomo-fisiologici di stampo riduzionista,  secondo cui “noi siamo il nostro cervello, cosicché un disturbo mentale è SOLO un’alterazione a livello neuro-fisiologico”Pena questo senso di imprendibilità e di sfuggevolezza dell’uomo e della sua sofferenza! 

Come suggerito da Liccione (2012), quando si parla di esperienza umana l’indagine scientifica in terza persona (il cosa) non può che accompagnarsi all’indagine scientifica in prima persona (il Chi?). Riprendendo la differenza ontologica di Martin Heidegger (1889-1976), se ci si limita a spiegare l’uomo come si spiega una qualsiasi altra cosa, nei termini della semplice-presenza, riducendolo e rinunciando così a comprenderlo per come si dà originariamente e effettivamente al mondo (progetto-gettato), nei suoi modi possibiliriuscirà difficile comprendere adeguatamente il senso della sua sofferenza e l’effetto che fa una sua particolare esperienza. Perchè allora non fare un ulteriore passo, nel campo della salute mentale, e non appropriarsi di un metodo (Liccione, 2011) capace di far dialogare discipline diverse come quelle che studiano l’uomo in terza persona (psicologia sperimentale, neuroscienze – eccole! – biologia, neurochimica) con quelle che studiano l’uomo nei suoi modi esistenziali, siano essi esperienziali o narrativi (approcci in prima persona). Perché non combinare il contributo dato da discipline quali le neuroscienze, la biologia, la neurochimica o la psicologia dello sviluppo, con quello dato da approcci filosofici e umanistici quali la fenomenologia e l’ermeneutica? A maggior ragione se consideriamo il fatto che sono le stesse neuroscienze (scienza in terza persona) ad essersi ultimamente avvicinate agli approcci ermeutico-fenomenologici (scienze in prima persona) per dare un senso ai risultati emersi dalle loro ricerche (gli studi di GalleseGallagher & Zahavy, The phenomenological mind, 2008; Rizzolatti & Sinigaglia, So quel che fai, 2006). Fenomenologia che, non va dimenticato, costituisce fin dagli albori della psichiatria una fonte preziosissima di riflessioni psicopatologiche (si pensi ad esempio a Jaspers e alla sua opera “Psicopatologia Generale”  – di cui ricorre il centenario (1913-2013) – o al pensiero di Biswanger) e che proprio nel corso degli ultimi anni è tornata prepotentemente alla ribalta obbligando tutti ad un serio esame di “coscienza”. (Si veda questo articolo apparso recentemente su Schizoprenia Bulletin e che si interroga proprio sull’oggetto di studio della psichiatria e sulla necessità di riscoprire la psicopatologia.)

E’ questo l’obiettivo del metodo cognitivo-neuropsicologicoproposto come nuovo modello terapeutico: permettere il dialogo tra discipline che si occupano quasi della stessa cosa all’interno di una cornice teorica che pone come criteri base sia la validità empirica che l’interdisciplinarità, senza mai scordare la duplice appartenenza dell’uomo all’ordine naturale (biologia, neuro-chimica, psicologia sperimentale ecc.) e a quello psichico (culturale, storico, sociale, fenomenologico, ecc.), al di là di qualsiasi dualismo. Come spiega Liccione (2011), il linguaggio delle neuroscienze e quello della psicologia non sono due linguaggi impenetrabili, anzi, “poiché il campo delle scienze è per sua natura plurale, le scienze umane possono dialogare con le scienze biologiche e in specifico con le scienze del sistema nervoso”. 

I disturbi mentali non potranno allora che configurarsi all’interno di un continuum i cui estremi saranno le patologie non-storiche da un lato e le patologie storiche dall’altro, oltre alle patologie che si caratterizzano per un deficit dell’ipseità primaria (ad es. disturbo autistico). Le prime, come ad esempio un trauma cranico, saranno spiegabili principalmente in termini “bio”, accadendo nel silenzio della storia individuale, mentre i motivi eziopatogenetici delle seconde (ad es. disturbo alimentare) saranno prevalentemente comprensibili attraverso le scienze umane. E’ chiaro che la maggior parte dei disturbi mentali si collocherà in mezzo, costringendo il clinico a confrontarsi sia con  “la cosa” che con il “Chi”, ossia con la duplice natura dell’essere umano.

A mio modesto parere è questa la vera sfida da affrontare: considerare l’uomo nella sua complessità e nella sua primaria apertura al mondo, di natura prevalentemente pre-riflessiva. Sia le neuroscienze che la fenomenologia non bastano pertanto da sole, ma co-occorrono all’interno di un quadro teorico e metodologico che pone come principali attori l’interdisciplinarità e la ricerca scientifica di base. Da questa unione si aprirebbero nuove direzioni di senso grazie alle quali appare finalmente possibile comprendere adeguatamente l’originaria relazione dell’uomo con la propria esistenza.
“Dove i gemelli furono trovati da una lupa, che si prese cura di loro…”

“Dove i gemelli furono trovati da una lupa, che si prese cura di loro…”

                                         “Questa cesta si incagliò sul fiume alle pendici di un colle, dove i gemelli furono trovati da una lupa che si prese cura di loro” 
 

Del 
rapporto tra depressione ed epigenetica ho già un pò parlato in un precedente post. Ebbene, un recente studio canadese, pubblicato sulla rivista Development and Psychopathology, conferma la stretta relazione tra genetica e ambiente, ed in particolare l’effetto di alcuni fattori protettivi su una predisposizione genetica, alla faccia della nuova edizione del DSM che, nonostante la presenza dei vari assi, rimarca e rilancia l’esclusività dell’approccio biologico/riduzionista per la comprensione disturbi mentali.


Nello studio sono state valutate 294 coppie di gemelli monozigoti ed eterozigoti, di entrambi i generi. Ogni coppia di gemelli è cresciuta insieme nella stessa famiglie e ambiente sociale. Come noto, i gemelli monozigoti sono identici sia “somaticamente” che “geneticamente”, condividono cioè lo stesso DNA, mentre gli eterozigoti condividono solo la metà dei loro geni, e appaino diversi.


Dopo che i ricercatori hanno valutato i segni di depressione dei bambini dai loro insegnanti e compagni di classe, hanno “mappato” le loro  amicizie, chiedendo a ogni bambino di nominare fino a tre migliori amici nella loro classe, oltre al loro migliore amico.

Coerentemente con le ricerche del passato, si è evidenziato il ruolo dei geni nella depressione, cioè hanno trovato correlazioni di segni di depressione molto più alte tra gemelli identici rispetto a non-identici. Questo vuol dire che i ricercatori hanno potuto stimare il grado di vulnerabilità di ogni gemello, considerando il fatto che se un gemello identico ha evidenziato segni di depressione, allora anche l’altro è stato a sua volta stimato vulnerabile e predisposto allo sviluppo del disturbo d’umore, in misura maggiore rispetto alla vulnerabilità misurata nelle coppie di gemelli eterozigoti.

Ciò ha permesso di evidenziare che le bambine con vulnerabilità genetica per la depressione corrono meno rischi se possono contare su almeno un’amicizia vera e sincera. Si è pertanto evidenziata un’interazione tra rischio genetico e effetto protettivo dell’amicizia uno-a-uno, in misura maggiore nelle femmine “vulnerabili” rispetto ai maschi “vulnerabili”, i quali, al di là della variabile vulnerabilità, sembrano confidare di più sugli effetti protettivi legati all’appartenenza ad un gruppo di amici. I ricercatori confidano quindi sulla necessità di insegnare ai bambini le abilità di interazione sociale finalizzate a promuovere relazioni positive con gli altri in modo tale da prevenire lo sviluppo di comportamenti depressivi.

Questo studio mi ha colpito non solo per i risultati che hanno messo in luce la relazione tra geni e fattori protettivi per lo sviluppo di un importante disturbo mentale, ma anche per il brillante ed efficace modo mediante il quale sono stati ottenuti (nonostante le inevitabili limitazioni metodologiche). I gemelli si sono dimostrati per l’ennesima volta importanti “alleati” della ricerca scientifica, soprattutto quella psicologica: i gemelli monozigoti sono da sempre studiati molto attentamente perchè rappresentano l’unico caso di identità genetica umana naturale, ovvero è l’unico caso di uguaglianza, fra individui distinti, di genotipo e DNA. Questa situazione permette quindi di capire quanto l’ambiente influisca sullo sviluppo del comportamento di un individuo rispetto al patrimonio genetico (eterno dibattito natura/cultura).

Proprio recentemente è apparso in letteratura uno studio che mi ha piuttosto colpito e che ha evidenziato ulteriormente la complessità di tale rapporto: le differenze tra gemelli monozigoti nei circuiti cerebrali e nelle personalità sono dovute alla produzione di nuovi neuroni nell’ippocampo, una regione cerebrale cruciale per l’apprendimento e la memoria, che continua anche nell’adulto. Questo processo di neurogenesi non è pre-stabilito dai geni! E’ piuttosto la risultante di una sofisticata interazione tra genetica e ambiente, tanto più marcata quanto maggiori sono gli stimoli a cui si è sottoposti, ed è fortemente legata alle specifiche esperienze individuali. In altri termini… i gemelli sono uguali perché condividiamo lo stesso DNA e vivono gran parte della vita nello stesso ambiente… ma sono nello stesso tempo diversi perché le esperienze individuali modulano la generazione differenziata di neuroni. (ad esempio, esperienze coinvolgenti e forti – protettive nel caso della depressione – come quelle dell’amicizia!).

Tutto ciò mi porta a concludere : il processo che comporta lo sviluppo e il differenziarsi della vita appare incredibilmente complesso e nello stesso tempo straordinario… così come affascinate appare il contributo dato dai gemelli alla ricerca scientifica, soprattutto in campo epigenetico. Gemelli ai quali un giorno verrà forse dato un premio!

“I giochi sono fatti e nulla va più”… o forse NO? | Sul Gioco d’Azzardo Patologico

“I giochi sono fatti e nulla va più”… o forse NO? | Sul Gioco d’Azzardo Patologico

Un tema che mi sta particolarmente a cuore è quello legato alla comprensione e al trattamento delle nuove forme di dipendenza (new addiction), in particolare il gioco d’azzardo patologico (Pathological Gambling).

Si parla di dipendenze comportamentali quando l’oggetto della dipendenza è costituito da un comportamento o un’attività lecita o accettata. Non sono quindi implicate le classiche “droghe”, ma oggetti o attività come il sesso (compresa la porno-dipendenza), gli acquisti (lo shopping compulsavo), il gioco, il computer, internet o la televisione. Per la maggior parte delle persone queste attività fanno parte del normale svolgimento della vita quotidiana, ma per alcuni individui possono assumere caratteristiche patologiche e provocare comportamenti compulsivi simili a quelli che si manifestano con la dipendenza da sostanze.

I giochi d’azzardo sono tutti quelli nei quali si gioca per vincere denaro e dove il risultato del gioco dipende, del tutto o in parte, dalla FORTUNA piuttosto che dall’abilità del giocatore. Quelli più diffusi sono: le videolottery e le slot machine (spesso chiamate ancora videopoker o VLT), i gratta e vinci, il lotto e il superenalotto, i giochi al casinò, il “Win for life“, le scommesse sportive o ippiche, il bingo, i giochi on line con vincite in denaro (ad esempio poker online).

Il problema sorge quando si manifesta un persistente bisogno di giocare e aumentano in modo progressivo il tempo e il denaro impegnati nel gioco fino a condizionare in modo significativo gli altri ambiti della propria vita (la famiglia, il lavoro, il tempo libero). Si finisce così per investire al di sopra delle proprie possibilità economiche e a trascurare i quotidiani impegni della vita…

Esse richiedono una presa in carico di tipo multidisciplinare, in cui la neuro-psicologia, intesa come “disciplina ermeneutica“, ricopre un ruolo fondamentale. Secondo quanto promuove Domenico Jervolino in “Neurofenomenologia: le scienze della mente e la sfida dell’esperienza cosciente”, 2006, a cura di Massimiliano Cappuccio, pag. 404), essa permette la “TRADUZIONE tra linguaggi specialistici che cercano di dire diversamente la stessa cosa, o meglio quasi la stessa cosa”. In quest’ottica, la comprensione e il trattamento delle dipendenze comportamentali non può che accompagnarsi sia alle recenti scoperte provenienti dall’ambito neuroscientifico che alla recente evoluzione della psicoterapia cognitiva (Liccione, 2011) che vede sempre più l’uomo un essere incarnato (embodied), situato secondo specifiche tonalità emotive (embedded) e storico, e che pone come elemento cardine del modello di cura proprio la mediazione e il confronto continuo tra discipline che studiano l’uomo secondo il metodo delle scienze naturali (neuroscienze, psicologa dello sviluppo, psicologia sperimentale, ecc.) e quelle che studiano l’essere umano attraverso i suoi propri modi esistenziali, esperienziali e narrativi (scienze filosofiche e umanistiche, come la fenomenologia, l’ermeneutica, la semiotica, ecc.)

Tale doppio binario si rende ormai necessario in quanto le alterazioni emotive-comportamentali conseguenti ad una psicopatologia possano conseguire sia all’essere corpo tra i corpi, sempre soggetto alle leggi della natura (patologie non storiche, che accadono nel silenzio del racconto e che sono dovute a qualche accidente fisico es. trauma cranico, ictus, ecc), sia al particolare modo in cui si dà verbo alla carne (patologie storiche,, in cui la sintomatologia trova origine da fratture identitarie conseguenti a specifici modi di riconfigurare narrativamente i propri modi esperienziali di essere emotivamente situato nel mondo).

Più specificamente, nel caso del gioco d’azzardo patologico possono co-occorrere o meno all’interno di tale continuum sia CAUSE eziopatogeniche (spiegabili attraverso prevalentemente le discipline “bio”, e se si pensa al gioco compulsivo associato al Morbo di Parkinson esse costituiscono la spiegazione principale) che MOTIVI eziopatogenetici, i cui sintomi emotivi-comportamentali trovano senso all’interno di una specifica storia di vita e che sarebbero da ricercare in una alterazione del senso di stabilità personale causata da una o più possibili fratture identitarie (ad. esempio, il caso di una donna che gioca da anni compulsivamente per gestire l’ansia e lo stress legato ad un particolare momento o evento della sua vita).

Seguendo questa linea esplicativa, recenti studi neuroscientifici evidenziano come al gambling sia frequentemente associata una alterazione a livello neurofisiologico: il giocatore d’azzardo patologico presenta spesso una compromissione del “sistema di gratificazione e ricompensa” e che vede come principale attore un neurotrasmettitore chiamato dopamina. Ma come insegna la tradizione fenomenologia, a meno che non stiamo parlando del gambling associato esclusivamente al Morbo di Parkinson, non è possibile ridurre la sintomatologia espressa dal giocatore d’azzardo patologico alla sola alterazione neurochimica che accade nel cervello (Korper, il corpo inteso come carne).

Sempre facendo riferimento a quanto emerge dalla ricerca sperimentale in ambito cognitivo, si è notato come i giocatore patologici possiedano credenze e convinzioni circa il gioco il più delle volte irrazionali e sbagliate (si veda questa recente meta-analisi). Appaiono incapaci di considerare indipendenti le puntate (vero e proprio tallone d’Achille del giocatore patologico… molto evidente nel casi della roulette o delle nuove VLT) e credono di esercitare un controllo sulle slot machine. Una vera e propria illusione! Ed in effetti il loro pensiero è ricco di elementi che richiamano alla superstizione. Sono inoltre presenti difficoltà legate all’impulsività e al controllo.

Secondo l’approccio ermeneutico-fenomenologico, l’esperienza non è muta e non acquista significato in funzione di un atto riflessivo. I processi mentali sono anche il corpo, la storia, gli orizzonti di un uomo. L’esperienza è già di per sé significativa e “chiede di essere detta”, partendo dalla condizione di uomo incarnato, storico e situato. Sarebbe pertanto riduttivo considerare la psicopatologia soltanto nei termini di un’alterazione dei modi di pensare e di adeguare la mente alla realtà (ad es. credenze errate sulle puntate). A maggior ragione se sono proprio le neuroscienze a validare la natura pre-riflessiva dell’uomo.

L‘esser-ci (l’essere situato nel mondo secondo specifiche tonalità emotive secondo un progetto-gettato) rappresenta la condizione di possibilità di qualsiasi atto riflessivo. Occorre pertanto arretrare ad un livello previo, ontologico. La visione razionale-riflessiva, pur essendo importante in quanto ci permette di cogliere psico-patologicamente degli ideali-tipi, difficilmente ci permette di comprendere sufficientemente “l’effetto che fa” ad una specifica persona (e solo a quella!) giocare alle Slot Machine!

Accedendo così al livello del “Chi”, l’uomo è una carne che si fa storia (identità narrativa) in uno specifico ambiente culturale. Un ente speciale, disposto all’apertura e continuamente interpellato dalle cose. Un esistente che non può fare a meno di trascendere se stesso partendo da una personale condizione di gettatezza e secondo delle possibilità. Nel caso del gioco d’azzardo patologico, tale originaria e pre-riflessiva relazione del Leib (il corpo che io sono) con il mondo e con le sue possibilità appare alterata. Oggetti e attività con le quali condividiamo un mondo ad un certo punto smettono di interpellarci per la loro naturale funzione finendo per acquisire nuovo senso. Se l’uomo è ogni volta l’incontro con il mondo, che tipo di esistenza può essere quella che si rapporta ad essa in una modalità atemporale (priva di progetto), ripetitiva (tipica modalità attraverso la quale si manifestano i vizi), ed in costante rapporto con vissuti emotivi e presenze così estranee da farla dileguare? Non è un caso che molti giocatori patologici manifestano difficoltà nel vivere emozioni quali la noia e il senso di vuoto e che ricorrano al gioco compulsavo proprio per cercare di fronteggiare stati emotivi di “chiusura” di mondo, come la depressione, l’ansia o la solitudine, per sedarsi o per sentirsi/attivarsi (attivando i circuiti neurochimici legati al piacere e alla ricompensa).

Oltre a quanto detto, le dipendenze comportamentali racchiudono in sé alcuni aspetti costitutivi e caratteristici dell’epoca post-moderna. Essa costituisce la cornice di riferimento principale ogniqualvolta abbiamo a che fare con un testo, a maggior ragione se il racconto è un racconto di sofferenza. L’insieme degli elementi socio-culturali in cui siamo immersi fa da sfondo macro-contestuale e spesso ci permettere di comprendere e dare un senso alle azioni e alle passioni dell’altro: in questo caso, direi che è impossibile non calcolare l’enorme impatto che hanno avuto le nuove tecnologie sulle nostre vite, lo stretto legame tra tecnologia e comunicazione (Facebook, Social Networking), nonché la discontinuità molteplicità del sé. Rispetto all’uomo dell’età moderna, infatti, abbiamo a che fare con identità non più continue ma sempre nell’atto di superarsi (shopping compulsivo, gambling), e costantemente “connesse” a punti esterni su quai sintonizzarsi e mantenersi (internet, slot machine).

In conclusione, il quadro risulta molto complesso ma nello stesso tempo assai fecondo e stimolante. Mi piacerebbe inaugurare con questo post una serie di articoli che approfondiscano un minimo le problematicità legate al gioco d’azzardo, al fine di dare qualche nozione sia in termini cognitivi, neurobiologici che fenomenologici, nonché legate al trattamento… perchè sì, il gioco d’azzardo patologico si può fronteggiare.

Per iniziare, partiamo da qualche dato epidemiologico. Come è possibile appurare da una recente pubblicazione del Dipartimento Politiche Antidroga, considerando che la popolazione Italia è stimata in circa 60 milioni di persone, i giocatori d’azzardo patologici rappresentano una fetta che varia dallo 0,5% al 2,2% della popolazione generale (N. 302.093 – 1.329.211), mentre la stima dei giocatori d’azzardo problematici varia dall’1,3% al 3,8% della popolazione generale (N. 767.318 – 2.295.913). I giocatori d’azzardo che invece hanno un rapporto “sano” con il gioco costituirebbero circa il 54% della popolazione (circa 24.400.000 di persone).

Come ci suggerisce la tabella (Fonte: GAMBLING, 2013, Dipartimento per le politiche antidroga), e coerentemente a quanto proposto sopra, è utile notare come i vari tipi di giocatori vengano disposti su un continuum dimensionale che va dal giocatore “informale e ricreativo” al giocatore d’azzardo “patologico”, passando per il giocatore “problematico”. Esso ci interroga pertanto sulla necessità di integrare maggiormente l’approccio categoriale proposto dal DSM-IV-TR con quello dimensionale, in linea con il recente dibattito scientifico legato al problema della diagnosi in psichiatria.

Occorre non stigmatizzare un comportamento che costituisce da sempre una delle principali attività di svago e di intrattenimento, e che per la maggior parte della gente rappresenta un’attività piacevole e senza conseguenze. Rispetto al passato, tuttavia, è aumentata la pressione pubblicitaria così come si sono moltiplicate le possibilità di giocare. Ciò ha comportato una maggior proprensione a giocare d’azzardo e una conseguente aumento della patologia, a tal punto che il Dipartimento delle Politiche Antidroga stima che si possa entro poco tempo passare ad un’incidenza del gioco patologico pari 7-10% e del gioco problematico del 10-18% .

Yes, you Scan!

Yes, you Scan!

Quale sarà uno dei prossimi obiettivi della ricerca scientifica mondiale? Mappare il cervello, neurone per neurone. Qualcosa come 200 miliardi di cellule e trilioni di connessioni, con lo scopo di comprendere i meccanismi e il funzionamento di patologie neurodegenerative come la demenza di Alzheimer o il morbo di Parkinson, ed arrivare così a sviluppare trattamenti efficaci per condizioni cliniche che, non va dimenticato, interessano milioni di persone. 

Un’impresa paragonabile soltanto al progetto Genoma, un progetto di ricerca internazionale che aveva come obiettivo quello di determinare la sequenza delle coppie di basi azotate del DNA e che si è concluso nel 2000, dopo circa 15 anni di studi e ricerche.

E’ ciò che si propone di fare Barack Obama, promuovendo il Brain Activity Map Project. Costo? Circa 300 millioni di dollari all’anno. Tanto? Dipende… per il governo federale a stelle e strisce non è una cifra impossibile, è sempre meno di un quinto di quello che spende ogni anno la NASA per studiare il sole. In totale, 3 miliardi di dollari. E poi,  almeno per Obama (mentre non si sa ancora per il Congresso) è un investimento, che il presidente americano intende appoggiare fino in fondo, anche considerando il fatto che il progetto Genoma, costato anch’esso circa 3,8 miliardi di dollari, si stima abbia avuto un impatto economico di circa 800 miliardi entro il 2010!


“As humans we can identify galaxies light-years away, we can study particles smaller than an atom, but we still haven’t unlocked the mystery of the three pounds of matter that sits between our ears.” 


Ascoltando le parole di Obama, chissà perchè mi è venuto in mente il famoso discorso che fece J.F. Kennedy il 12 settembre del 1962, quando il giovane presidente, parlando alla Rice University, propose agli americani di raggiungere la Luna nell’arco di un decennio. Anche allora sembrò una impresa, ma neanche dieci anni dopo, Neil Amstrong fu il primo uomo a lasciare l’impronta di una stivale in un posto chiamato Mare della Tranquillità.

 
«Abbiamo scelto di andare sulla Luna e di fare altre cose, non perché sono facili, ma perché sono difficili».

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